La risposta breve: per smettere di rimandare un progetto non devi aspettare di sentirti pronto: pronto arriva dopo i primi passi, mai prima. La mossa che sblocca è una sola: un passo che ti mette un po' a disagio e che puoi fare entro domani.
Ieri sera leggevo un messaggio in una community. Una persona chiedeva:
«Vi è mai capitato di rendervi conto di avere qualcosa di utile da condividere e costruire, ma non sentirvi ancora pronti a esporvi?»
Qualche riga dopo rincarava: «Come avete capito che era il momento giusto per partire davvero? Avete trovato qualche validazione? Qualcuno che vi dicesse: sì, fallo, perché quello che hai è importante?»
Gli ho risposto con una domanda sola: come si fa a sentire che una cosa è giusta? La sua risposta mi ha convinto a scrivere questo pezzo, perché quella persona, sotto tutte quelle domande, cercava una cosa sola: il permesso. E io quel meccanismo lo conosco da dentro.
Quando arriva il momento giusto?
Mai, per esperienza mia e di chiunque abbia accompagnato in questi anni. Il momento giusto lo fissi tu, con una data sul calendario: prima di quella data non esiste, dopo sì. Tutto qui.
Quando aspettiamo il momento giusto, in realtà stiamo aspettando che l'elefante nella stanza se ne vada da solo. L'elefante è quella cosa grossa che sai benissimo qual è, ma che continui a non chiamare per nome: la paura di fallire, o quella più sottile di essere scoperto come impostore appena ti esponi. Aspettare serve a questo, a sperare che le paure spariscano da sole.
Le paure non spariscono. Cambiano forma, si travestono da prudenza («meglio analizzare ancora un po'»), e restano lì. E allora che senso ha continuare ad aspettare?
Perché non ti sentirai mai pronto?
Te lo spiego con la storia più imbarazzante che ho. A sedici anni non riuscivo a parlare al citofono. Davanti al pulsante mi ripassavo la frase in testa, suonavo, e in quei due secondi di attesa pregavo che rispondesse il mio amico e non sua madre, perché con sua madre sarei andato nel panico. Non telefonavo a nessuno, non compravo niente da solo, e al bar trovavo sempre il modo di far ordinare qualcun altro.
Poi è arrivata la mia prima fidanzata, più timida di me, il che è tutto dire. Quando uscivamo a mangiare qualcosa, uno dei due doveva pur parlare con il barista, e lei ne era ancora meno capace: toccava a me. Volevo proteggerla, volevo fare l'uomo, così mi mettevo in fila recitando la parte di uno tranquillo. Dentro tremavo, la voce che usciva sembrava di un altro. E i due panini arrivavano. Nessuno, mai una volta, si è accorto di niente: mi rispondevano, mi davano il resto, mi trattavano da persona normale. Ordine dopo ordine, quella sicurezza recitata è diventata meno recitata, finché ho smesso di accorgermi che stavo recitando.
La fiducia arriva dopo i fatti, non prima. Fai una cosa, ti riesce, il cervello la mette in archivio. Fai la successiva, un po' più grande, e archivia anche quella. Chi aspetta di sentirsi sicuro per partire sta chiedendo al cervello l'archivio di cose che non ha ancora fatto: può aspettare dieci anni, quell'archivio resta vuoto.
Qual è la domanda giusta da farsi?
Se oggi decidi di non partire, come ti sentirai tra dieci mesi? E tra dieci anni?
Questa domanda cambia il peso delle cose. La paura di fallire pesa oggi; il rimpianto pesa per dieci anni. Se fai il calcolo con onestà, la risposta di solito diventa ovvia. Iniziare fa paura, vero: ti espone, ti mette davanti a tutto quello che non sai ancora fare. Ma sai cosa fa più paura? Trovarti tra un anno esatto nello stesso punto, magari a rileggere un articolo come questo.
Lo strumento: il patto con l'elefante
Ti servono un foglio, una penna e un po' di onestà con te stesso. Te lo racconto come lo farei fare a un amico al tavolino di un bar, quattro passi.
- Dai un nome all'elefante. Finisci questa frase: «la cosa che sto rimandando davvero è...». Deve stare in una riga. Se non ci sta, stai ancora girando intorno alla cosa vera, e lo sai.
- Dai un nome alla paura, senza abbellirla. Completa per tre volte «se partissi oggi, la cosa peggiore che temo è...». Verranno fuori tre paure diverse. Cerchia quella che ti punge di più quando la rileggi.
- Guarda in faccia il futuro che stai evitando. Scrivi due o tre righe come se fossi tu fra tre anni, partendo da «non ho iniziato allora, e oggi so perché...». Vietato giustificarsi: racconta solo cosa è rimasto uguale.
- Chiudi con un patto. «Non mi sento pronto, ma entro questa data faccio questa cosa, anche se mi farà sentire esposto.» Data vera, cosa che qualcuno possa vedere da fuori. E in fondo mettici la firma: lo so che sembra teatro, ma con la firma sotto il foglio smette di essere un pensiero e diventa un impegno.
La versione da cinque minuti: salta i punti 2 e 3 e scrivi solo l'elefante e il patto. Per riempire gli spazi del patto usa la misura che do a chiunque alleno, la stessa regola del mio libro «Resto o Vado?»: l'azione giusta ti mette un po' a disagio e si può fare entro domani. Se non ti mette a disagio, è troppo piccola e non insegna niente. Se non sta dentro domani, è troppo grande e la rimanderai. Nel Metodo 5D questo passaggio ha un nome preciso, Decisione, e viene dopo i dati per un motivo semplice: un patto firmato a caso vale quanto un buon proposito di capodanno.
E se stai pensando «sì, ma io di progetti ne ho sei e non so quale scegliere», quello è un altro elefante: c'è un esercizio apposta.
E dopo il patto?
Dopo il patto arrivano i dubbi. Te lo dico prima, così non ti sorprendi: a me il giorno dopo la firma le domande in testa aumentano, non diminuiscono.
Ed è un buon segno. Chi non ha dubbi è chi non ha niente in gioco. Il rimuginare che parte la sera, le dieci versioni della stessa scelta che rigiri prima di dormire: quella roba compare quando stai costruendo qualcosa che per te conta, mai quando stai fermo. Il guaio comincia solo se scambi i dubbi per un segnale di stop, perché spesso segnalano il contrario: ti stai muovendo.
Alla persona della community, alla fine, non serviva qualcuno che dicesse «sì, fallo, è importante». Quella validazione non esiste nella forma che cercava. L'unica che funziona è la prima prova messa in archivio: piccola, un po' scomoda, entro domani.
Il tuo elefante come si chiama? Se ti va di raccontarmelo davanti a un caffè virtuale, io ci sono.