La risposta breve: come prendere decisioni difficili? Con un ordine di passi, non a forza di rimuginare. Il Metodo delle 5 D funziona così: Dati (i fatti veri), Direzione (dove vuoi andare), Decisione (un criterio tuo, con una data), Destinazione (i passi concreti), Desiderio (il motivo che regge tutto). Si parte dai fatti. Le paure vengono dopo, e su un'altra colonna. E se la scelta si può annullare, decidi in fretta e correggi strada facendo; se non si può, rallenta.
Nel 2014 mia madre mi riempì mezzo bagagliaio di scatolette di tonno: secondo lei dovevano bastarmi fino a Natale. Il resto della Kia a GPL lo riempii io, con i vestiti, i libri e tutto quello che possedevo, e partii verso la Germania. Davanti avevo un dottorato in un paese di cui non parlavo la lingua. A ogni area di servizio controllavo il livello del gas e mi tornava in testa la stessa domanda: chi me l'ha fatto fare?
Quella decisione l'avevo presa nei mesi precedenti, nel modo peggiore possibile. Chiedevo pareri a chiunque: ai professori, agli amici, credo anche al barista. Ogni parere mi spostava di dieci gradi. La sera ero convinto di partire, la mattina dopo di restare. Facevo liste che non finivano mai e che non rileggevo mai. E la vocina lavorava a pieno regime: e se sbagli? E se là non vali niente? E se poi non torni più?
Alla fine sono partito, e quella scelta mi ha cambiato la vita. Ma ci sono arrivato per sfinimento, non per criterio. Oggi decidere è il mio mestiere, e so dire con precisione cosa mi mancava allora: un ordine. Una sequenza di passi da fare uno alla volta, che nessuno mi aveva mai insegnato.
Perché le decisioni difficili ti sfiniscono?
C'è uno psicologo americano, Barry Schwartz, che ha passato anni a osservare le persone alle prese con troppe opzioni: scaffali del supermercato, piani pensionistici, scelte di carriera. Ha notato che davanti a una scelta ci comportiamo in due modi. C'è chi cerca l'opzione abbastanza buona e si ferma lì, e c'è chi vuole la migliore in assoluto e continua a confrontare. I secondi, sulla carta, scelgono anche meglio. Ma dopo stanno peggio: rimuginano, tengono vivo il dubbio di essersi persi qualcosa, si godono meno quello che hanno scelto. Schwartz l'ha chiamato paradosso della scelta. Ti sto riassumendo un lavoro di anni, e su parecchi dettagli gli studiosi discutono ancora, ma il cuore regge: oltre una certa soglia, aggiungere opzioni e pareri non migliora la scelta, e intanto logora te.
Io nel 2014 facevo esattamente questo. Non cercavo la risposta: cercavo la garanzia. E ogni parere in più, invece di avvicinarmi alla decisione, alzava l'asticella di quanto quella decisione doveva essere perfetta.
Perché la lista dei pro e contro non ti basta?
È il primo consiglio che trovi ovunque, e per le scelte semplici funziona. Il punto è che tu non sei qui per una scelta semplice. Sulle decisioni difficili la lista si inceppa, per due motivi precisi.
Il primo: le voci non pesano uguale. "Risparmio duecento euro al mese" e "dormirei male per un anno" occupano una riga ciascuna, ma nella vita una pesa dieci volte l'altra. La lista te le mette in fila come se valessero uguale, e tu finisci a contare le righe invece di pesarle.
Il secondo: se una colonna vincesse di dieci lunghezze, non saresti bloccato. Le decisioni che ti tengono sveglio la notte sono proprio quelle in cui le colonne escono pari. Lì la lista ha già detto tutto quello che aveva da dirti. Da quel punto in poi servono un criterio tuo e una data, ed è per questo che uso un metodo, non un elenco.
Cosa sono le 5 D?
Il metodo che uso oggi, su di me e con le persone che seguo, l'ho costruito negli anni, sul campo, sbagliando. L'ho chiamato Metodo delle 5 D, e sono cinque passi in quest'ordine.
- Dati. Prima i fatti veri: quanto entra, quanto esce, quante ore lavori, cosa succede davvero se aspetti un anno. Poche righe, purché vere. Nel 2014 io di fatti ne avevo pochissimi: avevo opinioni, mie e degli altri.
- Direzione. Dove vuoi andare, in base ai tuoi valori. Più margine, più tempo, più libertà di dire no: prima di scegliere serve sapere cosa conta per te.
- Decisione. Scegli con un criterio tuo, scritto prima, con una data accanto. La scelta giusta in assoluto non esiste: conta che quella che prendi porti la tua firma.
- Destinazione. La scelta diventa movimento: passi da una settimana, esecuzione, check-in per guardare cosa è successo davvero.
- Desiderio. Il motore: cosa vuoi davvero, e perché. Senza, ogni piano si affloscia alla prima settimana storta.
Sul sito trovi la pagina dedicata al metodo, con un esempio concreto per ogni passo. Qui voglio darti la cosa che a me, nel 2014, avrebbe risparmiato sei mesi di rimuginare: il primo passo, fatto stasera.
LO STRUMENTO: il foglio dei fatti e delle paure
Prendi un foglio A4 e traccia una riga verticale nel mezzo. In cima scrivi la decisione, in una riga. A sinistra metti i fatti: cose verificabili, con numeri e date. "Il mutuo mi costa tot al mese." "Ho tot mesi di risparmi." "L'ultimo cliente è arrivato da questo canale." A destra metti le paure, con le parole esatte della vocina: "e se fallisco", "e se mi giudicano", "e se poi non torno più".
Poi rileggi, e quasi sempre scopri due cose. La prima: parecchie voci che tenevi a sinistra erano paure travestite da fatti. "Il mercato è saturo", detto così, senza un numero, è una paura con la cravatta. La seconda: alcune paure si possono trasformare in dati. "E se non trovo clienti" diventa "quante persone hanno pagato per un servizio simile nell'ultimo anno?", e quella è una cosa che puoi andare a verificare davvero.
PRIMA I FATTI, POI LE PAURE. MAI IL CONTRARIO.
La versione da cinque minuti: scrivi la decisione in cima al foglio, poi tre fatti e tre paure, i primi che escono. Rileggi solo la colonna di sinistra e chiediti: con questi soli elementi, cosa deciderei? Non devi rispondere oggi. Devi solo vedere, magari per la prima volta, quanto pesa per davvero ciascuna colonna.
Questa porta si può riaprire?
Prima di rimuginare un mese, fatti una domanda che quasi nessuno si fa: se scelgo e sbaglio, posso tornare indietro?
Le decisioni si dividono in due famiglie. Quelle a porta girevole: entri, non ti piace, esci. Cambiare il prezzo di un servizio, provare un canale nuovo per trovare clienti, accettare una collaborazione di tre mesi. E quelle a porta che si chiude dietro: firmare un'esclusiva di cinque anni, vendere casa per finanziare il progetto.
L'errore classico è trattarle allo stesso modo: settimane di analisi per una porta girevole, e due giorni di pancia per una porta che non si riapre. Serve il contrario. Porta girevole? Decidi in fretta e prova in piccolo: il costo dell'errore è basso, e i dati veri li raccogli solo entrando. Porta che si chiude? Rallenta, e riempi per bene la colonna dei fatti.
La mia partenza in Kia sembrava una porta chiusa per sempre, ed era per questo che faceva paura. Ma non era vero: potevo tornare quando volevo. Mezza paura stava lì, su una porta che in realtà restava aperta.
E se poi te ne penti?
La paura del rimpianto ti blocca, ma puoi usarla al contrario. Suzy Welch, giornalista economica americana, ha reso famosa una domanda in tre tempi, il 10/10/10: come mi sentirò tra dieci minuti, tra dieci mesi, tra dieci anni? La cito com'è, sua e non mia, perché fa una cosa preziosa: ti stacca dalla paura di stasera e ti fa guardare la scelta da più lontano.
Io la uso in versione ancora più corta: tra dieci anni, quale versione di questa storia vorrai raccontare? Nel 2014, sotto tutte le mie liste, la risposta la sapevo già. Non mi vedevo a raccontare "avevo un dottorato e ho detto no per paura". Un avvertimento, però: il rimpianto ti dice cosa vuoi, non quanto rischi. Per i rischi c'è la colonna dei fatti.
Quando è meglio non decidere?
Esiste anche il momento sbagliato per scegliere, e riconoscerlo vale quanto il metodo. Ogni decisione consuma benzina dallo stesso serbatoio, e a fine giornata ne resta poca: l'ho raccontato nell'articolo sulla fatica decisionale. Le decisioni prese alle undici di sera, dopo dieci ore di lavoro e cento micro-scelte, escono quasi sempre storte.
Quindi: niente scelte grosse la sera tardi, e nemmeno subito dopo una brutta telefonata. Rimandare va benissimo, a una condizione: dagli una data. "Decido sabato alle nove, a mente fresca" è un rinvio sano. "Ci penso", da solo, è il modo più elegante che conosco per non decidere mai.
Quali sono gli errori più comuni?
Dopo anni di fogli compilati con altri, gli errori che vedo tornare sono sempre gli stessi cinque.
- Chiedere pareri a raffica. Ogni parere ti sposta di dieci gradi, e nessuno di loro conosce i tuoi numeri. Io nel 2014 ne ho collezionati a decine e mi hanno solo allungato l'agonia. Due persone fidate, scelte prima, bastano.
- Scegliere il criterio dopo. Se decidi di pancia e poi vai a caccia dei motivi, i motivi li trovi sempre. Il criterio si scrive prima, con la data accanto.
- Non chiedersi mai come potrebbe andare male. Gary Klein, uno psicologo americano che studia le decisioni sul campo, lo chiama pre-mortem: immagini che il progetto sia fallito tra un anno e scrivi il perché. Dieci minuti che possono risparmiarti un anno di lavoro buttato.
- Decidere per sfinimento. Rimuginare finché una porta si chiude da sola, e chiamarla scelta. L'ho fatto, ci si sopravvive, ma la fortuna non è un metodo.
- Non rileggersi mai. Decidi, va come va, e non torni a guardare come avevi ragionato: così ogni decisione riparte da zero. Per questo ho costruito il Diario delle decisioni, lo strumento per tenere il conto delle tue decisioni e rileggerle a mente fredda. Dieci decisioni rilette insegnano più di cento articoli come questo.
Se il foglio ti lascia ancora nella nebbia, il percorso intero, con le storie e gli esercizi, lo trovi nel libro. Se invece vuoi qualcuno che lo faccia con te, numeri veri alla mano, in Decision Lab il foglio dei fatti e delle paure è la prima cosa che compiliamo insieme.
Ogni tanto ripenso a quel ragazzo fermo all'area di servizio, col serbatoio del GPL mezzo vuoto e quello delle decisioni messo anche peggio. Ce l'ha fatta lo stesso, quindi respira: alle decisioni prese male si sopravvive. Ma tra decidere per sfinimento e decidere con un criterio c'è la stessa differenza che passa tra arrivare in Germania e arrivarci sapendo perché ci stai andando.
Il foglio, stasera. Dieci minuti, una riga verticale, due colonne. La macchina la carichi dopo.