La risposta breve: se non riesci a decidere, quasi mai sei una persona indecisa per natura: hai davanti una decisione senza criterio, senza fatti o senza permesso, e ogni volta che ci provi riapri tutto da capo. L'indecisione cronica è un sintomo, e si legge con tre domande: mi manca il criterio, mi manca il fatto o mi manca il permesso?

Durante il dottorato in Germania ho passato mesi con la stessa decisione ferma sul tavolo: restare fino alla fine o mollare. Chi mi chiamava dall'Italia a un certo punto aveva smesso di chiedermi "allora, che fai?" e aveva iniziato a chiedermi "come stai?", che è la domanda che si fa ai malati. E io la mia diagnosi ce l'avevo pronta: sono fatto così. Sono uno che non sa decidere. Lo dicevo con una scrollata di spalle, come si dice "sono allergico alle fragole": un dato di natura, spiacevole ma immutabile.

Un giorno però mi sono accorto di una cosa che non tornava. La mattina, in laboratorio, decidevo di continuo: quale esperimento ripetere, quale strada abbandonare, cosa portare al capo. Decisioni anche pesanti, prese in giornata, senza drammi. La stessa persona che di giorno tagliava corto, la sera non riusciva a rispondere a una domanda sola: resto o vado? Se l'indecisione fosse stata il mio carattere, avrebbe dovuto seguirmi ovunque. E invece stava ferma in un punto solo.

Sei davvero una persona indecisa?

Fai la stessa verifica su di te, perché smonta l'etichetta in un minuto. Al ristorante ordini. La mattina ti vesti. Sul lavoro, nelle cose che conosci, scegli tutto il giorno: un fornitore, un prezzo, la parola giusta in una mail difficile. Una persona indecisa per natura sarebbe indecisa lì, su tutto. Tu invece ti blocchi su poche decisioni precise, quasi sempre le stesse, e su tutte le altre funzioni benissimo.

Questo cambia la domanda. Finché ti chiedi "perché sono fatto così?", resti fermo: i dati di natura non si cambiano, e infatti chi se la racconta in questo modo resta fermo per anni. Io per primo. La domanda giusta è un'altra: cosa manca a questa decisione? In laboratorio decidevo bene perché avevo tutto: un criterio chiaro (l'esperimento deve produrre dati puliti), i fatti sotto gli occhi e nessun permesso da chiedere. Sul resto o vado non avevo nessuna delle tre cose.

UNA DECISIONE FERMA NON CHIEDE PIÙ CARATTERE: CHIEDE IL PEZZO CHE MANCA.

Cosa manca quando una decisione resta ferma?

I mancanti che trovo, nelle decisioni mie e di chi alleno, sono sempre gli stessi tre. Nel Metodo 5 D hanno un nome ciascuno.

Il primo è il criterio, quella che nel metodo chiamo Direzione. Se non sai in base a cosa stai scegliendo, ogni confronto riapre tutto da capo: oggi vince lo stipendio, domani la libertà, dopodomani la paura, e ogni mattina il conteggio riparte da zero. Senza un criterio non esiste risposta giusta, quindi il cervello le tiene buone tutte, per sempre.

Il secondo è il fatto. Tante decisioni restano ferme perché le stai giocando a opinioni contro paure: "secondo me il progetto regge" contro "e se poi non fattura?". Le opinioni non chiudono niente, i fatti sì. Un numero vero di clienti interessati, un preventivo firmato, tre mesi di spese scritte su un foglio: un fatto solo, quello giusto, pesa più di sei mesi di dibattito interno. Con un'avvertenza: il fatto si cerca con una scadenza, perché cercare fatti all'infinito è un altro modo di non decidere.

Il terzo è il più sottovalutato: il permesso. Ci sono decisioni in cui sai benissimo cosa vuoi, lo sai da mesi, e continui a "non riuscire a decidere" perché non ti senti autorizzato: deluderesti tuo padre, sorprenderesti i colleghi, contraddiresti l'idea che gli altri si sono fatti di te. Nel metodo questo è il territorio del Desiderio, e della vocina che ci abita: nel libro le ho dedicato parecchie pagine, perché è il mancante che nessun foglio di calcolo ti restituisce. Se il mancante è il permesso, cercare altri dati è solo un modo elegante di aspettare.

Una precisazione, perché ci tengo: io lavoro sulle decisioni, non sono uno psicologo. Se il blocco non riguarda una scelta precisa ma ti attraversa la vita intera da mesi, con un'ansia che non dipende da nessuna decisione in particolare, quella è materia per un professionista della salute mentale, e fai bene ad andarci.

Come funziona il test dei tre mancanti?

Prendi la decisione che è ferma da più tempo e falle tre domande, in quest'ordine.

Prima domanda, sul criterio: se un amico mi chiedesse in base a cosa sceglierò, saprei rispondergli in una frase? Se balbetti, il mancante è la Direzione: prima di qualunque confronto ti serve scrivere cosa conta di più per te nei prossimi tre anni. Una frase, non un poema.

Seconda domanda, sul fatto: esiste un'informazione che, se la avessi, chiuderebbe la questione? Se esiste, scrivila e datti una data per andarla a prendere: una telefonata, un numero, una prova piccola. Se non esiste, smetti di cercarne, perché continuare a raccogliere dati che non chiudono niente ti porta dritto nel rimuginio, dove la stessa decisione ti si ripresenta di notte a ciclo continuo.

Terza domanda, sul permesso: se sapessi con certezza che nessuno commenterà mai la mia scelta, cosa farei domattina? Se la risposta ti esce immediata, il mancante l'hai trovato: sapevi già. Il lavoro vero, da lì, è dare un nome alla persona da cui aspettavi l'autorizzazione, e accorgerti che non serviva.

La versione da cinque minuti: un foglio, la decisione ferma scritta in una riga, le tre domande sotto, una risposta secca a ciascuna. Poi cerchi il mancante e scrivi la mossa: la frase del criterio, il fatto con la sua data, o il nome di chi ti stava trattenendo senza saperlo. Cinque minuti, e "sono indeciso" diventa "mi manca questo": una frase su cui, finalmente, si può lavorare.

La mia decisione sul dottorato alla fine l'ho presa, e come è andata la racconto un'altra volta. Quello che voglio lasciarti è la telefonata. Quando ho smesso di rispondere "sono fatto così" e ho cominciato a rispondere "mi manca il criterio, ci sto lavorando", è cambiato il tono delle chiamate, e pure il mio. "Sono fatto così" è una condanna, "mi manca un pezzo" è una lista della spesa. Fatto così non lo ero mai stato: ero solo uno che, alla decisione più grossa della sua vita, non aveva ancora fatto le tre domande.