La risposta breve: la solitudine decisionale è il peso di chi prende ogni scelta senza nessuno con cui ragionare. Logora più del numero di decisioni in sé: rimugini per giorni, rimandi, ti convinci di essere inadeguato. Se ne esce con un metodo e con una persona capace di dirti di no, non imparando a decidere di più.

Una sera dei miei primi mesi in Germania, in una stanza in subaffitto. Sulla scrivania una scatoletta di tonno aperta, sul portatile un contratto d'affitto in tedesco che leggevo col traduttore, riga per riga. Il subaffitto scadeva a fine mese e la domanda era una: firmo per quell'appartamento, più caro di quanto potessi permettermi, o continuo a cercare e rischio di restare senza un tetto? Ho rigirato quella decisione fino all'una di notte, da solo. Poi ho chiuso il portatile senza firmare, sapendo già che la sera dopo avrei ricominciato da capo.

Ero partito dal Sud in una sola tirata, con la Kia piena fino al tetto e i Metallica nello stereo. Da solo avevo scelto di partire, e da solo prendevo tutto quello che veniva dopo: il conto in banca, il tedesco da imparare, gli amici da rifare, il restare o tornare. Dopo il dottorato il peso è solo cresciuto: restare nel mondo scientifico o passare alla logistica, accettare il ruolo da team leader, assumere una ragazza in gamba che però non parlava tedesco.

Rimuginavo per giorni. A volte improvvisavo, decidendo all'ultimo e sperando che andasse bene. A volte, sarò onesto, non decidevo proprio, e lasciavo che fosse la vita a scegliere per me. Pensavo di essere inadeguato e lento, che mi mancasse la disciplina. Mi guardavo intorno e vedevo persone che sembravano così sicure e decise. Una di quelle scelte, lasciare il mondo scientifico dopo oltre dieci anni, mi è costata anche la salute (ma questa te la racconto un'altra volta).

Cosa ho capito una decina d'anni dopo? Che non ero indeciso: ero solo, e senza un metodo.

Perché decidere da solo pesa così tanto?

Chi lavora in un'azienda strutturata una decisione grossa non la prende mai in una stanza vuota: c'è un collega a cui chiedere, un capo che si prende una parte del rischio, una riunione in cui pensare ad alta voce. Chi porta avanti un progetto suo ha la stanza vuota di default. Ogni scelta parte da lui e torna su di lui, comprese quelle delle undici di sera.

E la solitudine decisionale fa due danni precisi. Il primo: senza confronto, rimugini. La stessa decisione ti gira in testa per giorni, perché non c'è nessuno che ti fermi con una domanda secca tipo «cosa ti manca, di preciso, per decidere?». Il secondo: senza un termine di paragone, ti dai la colpa. Io per anni ho creduto di essere lento. Vedevo il risultato degli altri, mai il loro dietro le quinte, e da quel confronto uscivo sempre perdente.

Cosa mi ha insegnato la logistica?

Me l'ha insegnato un pomeriggio in cui dovevo decidere se ribaltare il layout di un magazzino: fermare i turni per due giorni, spostare centinaia di posizioni, con le spedizioni bloccate se qualcosa andava storto. Il vecchio me se la sarebbe rigirata di notte per settimane, come il contratto d'affitto. Invece ho stampato i numeri e ho chiamato il capoturno più esperto del centro, uno che quel magazzino lo conosceva corridoio per corridoio, per pensare ad alta voce davanti a lui. In dieci minuti mi ha smontato mezzo piano. L'altra metà l'abbiamo fatta, e ha funzionato. Quella sera ho dormito, cosa che ai tempi della stanza in subaffitto non mi riusciva.

Rispetto al ragazzo del contratto d'affitto era cambiata una cosa sola: avevo un criterio, e qualcuno accanto con cui ragionare prima di firmare. Sono partito spostando pacchi per Decathlon a 10 euro l'ora, nel 2015; dieci anni dopo coordino la logistica di cinque nazioni, e dietro le mie scelte c'è un metodo affinato un errore alla volta. A un certo punto ho iniziato a usare le stesse regole anche nella vita, e oggi quel metodo ha un nome e cinque passi: lo trovi descritto nel Metodo 5D.

Le scelte sono diventate più semplici? Decisamente. I risultati sono garantiti? Certo che no, mica sono Gandalf. Però sono cresciuto più in fretta, sul lavoro e nella vita, con molto meno stress e sonni più tranquilli.

Da dove si comincia, in pratica?

Primo: se vuoi arrivare a una destinazione, non scegliere tra dieci strade. Quando hai troppe alternative davanti, non guardarle tutte insieme. È come stare davanti all'armadio pieno: non confronti ogni maglia con tutte le altre, ti fai una domanda sola, fuori fa freddo? Se fa freddo, le magliette spariscono e la scelta si restringe. Uno psicologo, Amos Tversky, ha dato un nome a questa strategia negli anni Settanta: eliminazione per aspetti. Lui la descriveva come una scorciatoia che usiamo già, mica come un consiglio; io ti dico che, usata apposta e partendo dal criterio che conta di più adesso, ti toglie metà del peso. (Se le strade sono tante perché le idee sono tante, ho un esercizio apposta per questo.)

Secondo: se aspetti la scelta perfetta, non ti muovi. È come cercare il ristorante perfetto in una città che non conosci: mentre li confronti tutti, resti a pancia vuota. Herbert Simon, premio Nobel, suggeriva di prendere la prima opzione abbastanza buona e andare. Non tutte le scelte sono così critiche e irreversibili come sembrano da dentro.

Terzo, il più importante: non decidere da solo, ma non chiedere a tutti. Dieci pareri ti confondono e basta, perché ognuno ti dirà una cosa diversa e nessuno conosce il tuo contesto. Trova una persona sola, capace di dirti di no. Una che ti fa la domanda giusta, non una che ti dà ragione. Il partner e gli amici spesso non funzionano: ti vogliono bene, e chi ti vuole bene tende a proteggerti. È il buco che ho voluto chiudere con Decision Lab: le decisioni del tuo progetto non le porti più in solitudine, le metti sul tavolo con qualcuno che ha il permesso di farti le domande scomode.

Lo strumento: la riga e la persona

La versione da cinque minuti, da fare oggi. Prendi la decisione che ti gira in testa da più tempo e scrivila in una riga, come una domanda secca: «alzo i prezzi a questo cliente, sì o no?», «chiudo il progetto o ci riprovo?». Poi manda quella riga a una persona sola, scelta con il criterio di prima, con questa richiesta: «non dirmi cosa faresti tu. Dimmi che informazione ti manca per rispondere».

Succedono quasi sempre due cose. La prima: scriverla la rimpicciolisce, perché in testa le decisioni sembrano tutte enormi. La seconda: la risposta ti indica il dato che ti manca, e da lì la strada si accorcia. Hai trasformato un rimuginio in un compito.

E il ragazzo sulla Kia?

Ogni tanto ci ripenso, a quel ragazzo con la macchina piena fino al tetto e una lista di decisioni lunga quanto l'autostrada. Non gli direi di non partire: partire resta la scelta migliore che ho fatto. Gli direi di non portare tutto da solo. Per anni ho creduto che il problema fossi io; invece era il peso, portato senza un metodo e senza nessuno accanto.

Quei quindici anni di scelte, dai debiti in chimica al dottorato in chimica, da magazziniere a responsabile della logistica di cinque nazioni, li ho condensati in un libro: si chiama Resto o Vado?. Ma la domanda che conta te la faccio adesso: che decisione hai sul tavolo in questo momento? Scrivila in una riga, stasera. E se poi ti va di ragionarla con qualcuno che non ti dà ragione per forza, sai dove trovarmi.