La risposta breve: per decidere se accettare un'offerta di lavoro servono i tuoi criteri, scritti prima di leggerla: cosa deve essere vero tra dodici mesi, quanto costa davvero (tragitto, autonomia, capo) e quanto è reversibile la scelta. Se i criteri li scrivi dopo, non stai più decidendo: stai giustificando l'effetto che l'offerta ti ha fatto.
La mail aveva il mio titolo nell'oggetto: «Dott. De Tullio».
Ero alla scrivania, in Decathlon, col dottorato finito da poco e un lavoro che sulla carta non c'entrava niente col mio percorso: logistica, persone, turni. Dall'altra parte della mail c'era il mondo da cui venivo, la ricerca, e una posizione seria in un posto serio. La lessi due volte. Alla seconda mi accorsi di una cosa fastidiosa: non stavo valutando l'offerta, stavo godendo del fatto di averla ricevuta.
Perché quella mail diceva, tra le righe, la frase che tutti vogliamo sentirci dire: ti abbiamo scelto noi. E in più mi restituiva un'identità comoda, il dottore che torna in laboratorio, dove «dovrebbe» stare uno che ha studiato chimica per anni. In quel periodo me lo chiedevano in tanti, con la faccia di chi non capisce: ma con un dottorato, che ci fai tra i muletti?
Risposi una settimana dopo. No, grazie. E la parte interessante di questa storia arriva adesso, perché quel no è uscito da un foglio scritto prima di riaprire la mail.
Perché un'offerta di lavoro confonde anche chi ha le idee chiare?
Questo bivio è lo speculare di quello che ho raccontato in Conviene lasciare il lavoro per il proprio progetto? Come decidere. Là la porta la apri tu, e il nemico è la paura di attraversarla. Qui la porta te la aprono gli altri, e il nemico cambia faccia: si chiama lusinga.
Un'offerta arriva sempre con una cornice già pronta. Chi te la manda ha messo la cifra in grassetto, il titolo del ruolo bello in alto, la parola «crescita» da qualche parte. Sono i loro criteri, scelti da chi ha tutto l'interesse a farti dire sì. Se apri quel PDF senza avere i tuoi, finirai per valutare con i loro: come entrare in un negozio dove i cartellini li ha scritti il venditore.
Poi c'è il rovescio, la paura. C'è chi accetta perché «un treno così non passa due volte» e chi rifiuta perché cambiare spaventa, e poi si racconta che tanto era un'offerta scarsa. Lusinga e paura sembrano opposte e invece fanno lo stesso identico lavoro: decidono al posto tuo, in fretta, usando l'emozione del momento come se fosse un dato.
Come decidere se accettare un lavoro?
Di offerte, in più di dieci anni tra Merck, Decathlon, Bauhaus, IKEA ed Essity, ne ho ricevute e valutate parecchie. Alcune accettate, parecchie rifiutate. Col tempo ho smesso di farmi la domanda sbagliata, «è una buona offerta?», che è una domanda da mercato e ha risposte da mercato. Quella giusta è più personale: cosa deve essere vero tra dodici mesi perché io possa dire che ho fatto bene?
Provaci adesso, prima ancora di rileggere l'offerta che hai nel cassetto. Scrivi tre risposte. «Tra dodici mesi voglio guidare un team mio.» «Voglio essere a casa alle sei.» «Voglio aver messo da parte abbastanza per il mio progetto.» Nota una cosa curiosa: lo stipendio, da solo, in quelle frasi compare di rado. Compare dentro qualcos'altro (la casa, la scuola dei figli, il margine per partire), e almeno lì si capisce a cosa serve davvero.
Vale anche per la domanda cugina, quella che si digita alle undici di sera: cambiare lavoro conviene? Chiesta così non ha risposta, perché la risposta non ce l'ha il mercato. Ce l'hanno i tuoi dodici mesi.
Qual è il costo nascosto di un'offerta?
Ogni offerta ha un prezzo che nel PDF non c'è scritto. Nei miei anni in azienda, su di me e sulle persone che ho guidato, ne ho visti soprattutto tre.
Il tragitto. Due economisti, Alois Stutzer e Bruno Frey, hanno studiato migliaia di pendolari tedeschi e ci hanno trovato quello che poi hanno chiamato il paradosso del pendolare: chi passa più tempo in viaggio verso il lavoro dichiara una soddisfazione di vita più bassa, e lo stipendio in più quasi mai basta a compensarla. Semplifico, e la versione degli economisti è più sfumata, ma il succo regge: un'ora e mezza al giorno in macchina nell'offerta non la vedi. La scopri a novembre, al buio, al terzo cantiere sulla tangenziale.
L'autonomia. Il titolo può salire mentre lo spazio per decidere si restringe, e ho visto ruoli dal nome altisonante con l'agenda decisa da altri fino all'ultima mezz'ora. In colloquio chiedi quali decisioni prenderesti da solo già dal primo mese: la risposta, o l'imbarazzo, vale più di mille slide.
Il capo. Si firma con un'azienda e ci si dimette da un capo, quasi sempre. Prima di accettare, chiedi di parlare con la persona per cui lavorerai davvero, anche solo trenta minuti informali. Se te lo negano, pure quello è un dato.
Quanto è reversibile questa scelta?
L'ultima domanda è quella che chiamo la porta girevole: se tra sei mesi scopri che era un errore, cosa succede? Ci sono scelte che si possono ritentare (un ruolo simile al tuo, nella tua città, in un settore che ti conosce) e scelte a senso unico, tipo trasferire la famiglia in un altro paese o lasciare una posizione che nessuno ti ridarà.
La regola che uso: più la porta è girevole, meno tormento merita, perché puoi provare e correggere. Più è a senso unico, più dati esige prima del sì. È lo stesso principio che sta dentro il Metodo 5D: prima i dati e la direzione, poi la decisione. Nell'ordine inverso funziona malissimo.
Come si usa la griglia dei tre criteri?
Lo strumento è una griglia con una regola sola: si compila prima di leggere l'offerta. E se l'hai già letta, come capita quasi sempre, si compila prima di rileggerla, a PDF chiuso.
La versione da cinque minuti
Prendi un foglio. In alto scrivi i tuoi tre criteri: le tre cose che devono essere vere tra dodici mesi perché la tua vita sia migliore di oggi. Tuoi, con le tue parole, senza guardare nessun annuncio. Sotto, tre righe: tragitto, autonomia, capo. In fondo, la domanda della porta girevole: quanto torno indietro, se sbaglio?
Solo adesso riapri l'offerta e dai un voto da uno a cinque a ogni riga. Se passa, si tratta (e si tratta meglio, perché sai cosa chiedere). Se non passa, hai un no motivato, di quelli che puoi perfino scrivere nella risposta senza bruciare il rapporto. Cinque minuti e una penna, senza spendere un euro.
E la mail col «Dott. De Tullio»?
L'ho rifiutata con una griglia scritta male, su un foglio che non ho più. I miei tre criteri di allora: guidare persone, vedere il risultato del mio lavoro in settimane e non in anni, imparare un mestiere che non conoscevo. Il laboratorio ne passava uno su tre. Decathlon li passava tutti e tre, muletti compresi.
Il titolo nell'oggetto, sulla griglia, pesava zero. Fuori dalla griglia pesava tantissimo, ed è esattamente per questo che la griglia va scritta prima. La lusinga entra da qualsiasi porta trovi aperta: i criteri servono a decidere tu quale porta aprirle.
Se il bivio che hai davanti è più grosso di un'offerta, nel mio libro «Resto o Vado?» racconto il metodo intero, con le mie partenze e soprattutto i miei errori. Dentro non trovi inviti a dire sempre sì o sempre no: trovi un modo per decidere con i tuoi criteri, qualunque cosa tu scelga.