La risposta breve: se ti senti una persona indecisa, quasi mai il problema è il carattere. È che manca un criterio deciso prima e una data. Due mosse sbloccano quasi tutto. La regola del settanta per cento: se la scelta si può correggere, il settanta per cento delle informazioni basta, il resto lo impari solo entrando. E la domanda dell'amico: cosa consiglierei al mio migliore amico se fosse esattamente al posto mio? Scritta, non pensata.

Primo mese in Germania, supermercato di quartiere, reparto pane. Quarantasette tipi. Li ho contati davvero, perché ero fermo lì da parecchio e qualcosa dovevo pur fare.

Alla fine ne ho preso uno a caso, per stanchezza, per finirla. A casa l'ho assaggiato. Non sapeva di niente.

Per anni ho raccontato quella scena come una cosa buffa da emigrato. Poi ho capito che era una diagnosi. Non ero debole davanti allo scaffale. Ero in riserva, e in riserva si decide male su tutto, dal pane alla carriera.

L'indecisione è davvero un difetto di carattere?

Quasi mai. Chi ti sembra decisissimo non ha una dote speciale: ha una regola che applica in fretta. Tu la regola non ce l'hai scritta, quindi ogni volta ricominci da capo, e ricominciare da capo costa fatica.

C'è anche una cosa che nessuno ti dice. Le persone che rimandano le scelte grosse spesso sono quelle che le prendono più sul serio. È un pregio usato male, non un vizio. Il problema non è che ci pensi troppo: è che pensarci non ha una fine.

Perché più opzioni non ti aiutano?

Herbert Simon, economista e premio Nobel, ha passato la vita a studiare come decidono le persone vere, quelle con poco tempo e informazioni incomplete. La sua conclusione è che nessuno di noi cerca davvero l'opzione migliore in assoluto, perché servirebbe conoscerle tutte. Cerchiamo la prima che è abbastanza buona, e ci fermiamo lì. Lui l'ha chiamata così, scegliere il soddisfacente.

Il guaio comincia quando pretendi il pane perfetto. Chi lo pretende resta davanti allo scaffale a stomaco vuoto. Chi prende quello buono mangia, e la volta dopo sa qualcosa in più su cosa gli piace.

NON DECIDERE È GIÀ UNA DECISIONE. LA PRENDE LA PAURA, AL POSTO TUO.

Se questa fase la conosci bene, ne ho scritto per esteso in paralisi da analisi, e ho guardato cosa ci sta sotto in non riesco a decidere.

LO STRUMENTO: la regola del 70% e la domanda dell'amico

Primo pezzo. Guarda la strada verso cui pendi e chiediti: se fra sei mesi scopro di aver sbagliato, posso tornare indietro? A che prezzo? Se la risposta è sì, a un prezzo ragionevole, allora ti basta il settanta per cento delle informazioni. Metti una data vicina, decidi entro quella, e il trenta per cento che manca lo raccogli dentro, muovendoti. Nessuna quantità di lettura ti darà quello che dà una settimana di prova.

Secondo pezzo, per quando anche col settanta per cento resti immobile. Scrivi questa domanda in cima al foglio: cosa consiglierei al mio migliore amico, se fosse esattamente al posto mio, con i miei stessi numeri e la mia stessa paura? Poi rispondi come risponderesti a lui, ad alta voce, senza sconti.

Funziona perché con gli altri siamo lucidi e con noi stessi ci perdiamo nei dettagli. La risposta che daresti a lui è quasi sempre più saggia di quella che stai dando a te, e quasi sempre la sapevi già.

La versione da cinque minuti. Tre righe su un foglio. La decisione. La porta gira, sì o no. La data entro cui decido. Se ti avanzano due minuti, aggiungi la risposta che daresti al tuo amico. Gli strumenti compilabili, con tutto il giro, sono nel Quaderno del Bivio, che si apre col codice stampato nel libro «Resto o Vado?».

E se sbaglio?

Allora hai un dato che prima non avevi, ed è più di quanto ti abbia dato un mese di confronti. Le decisioni sbagliate si correggono. Quelle non prese restano lì e ti mangiano energia ogni giorno, anche mentre fai altro.

Poi c'è la parte che quasi nessuno fa: rileggersi. Scrivi cosa hai deciso e perché, con la data. Fra sei mesi lo rileggi e vedi la tua pendenza, cioè da che parte tira la tua testa quando è sotto pressione. Dieci decisioni rilette insegnano più di cento articoli come questo.

Domande frequenti

Essere una persona indecisa è un difetto di carattere?

Quasi mai. Nella maggior parte dei casi non manca la personalità, manca un criterio scritto prima. Chi sembra decisissimo di solito ha una regola che applica in fretta, non una dote speciale. E le persone che rimandano le scelte importanti spesso sono le stesse che le prendono più sul serio: è un pregio usato male.

Come si esce dalla paralisi da analisi?

Mettendo un tetto alla raccolta di informazioni. Se la decisione si può correggere, il settanta per cento delle informazioni basta, e il resto lo impari solo entrando. Serve una data vera, vicina e scritta: senza data la ricerca ricomincia da capo domani, e tu lo sai già.

Cosa faccio quando non riesco proprio a scegliere?

Ti fai la domanda dell'amico: cosa consiglierei al mio migliore amico se fosse esattamente al posto mio? Scrivila, non pensarla. Con gli altri siamo lucidi e con noi stessi ci perdiamo nei dettagli, e la risposta che dai a lui è quasi sempre la più saggia delle due.

Chiedere pareri aiuta a decidere?

Fino a un certo punto. Ogni parere in più ti sposta di dieci gradi, e nessuno di quelli che interpelli conosce i tuoi numeri. Meglio tre persone scelte prima, per valori e ruolo e non per affetto, con una domanda precisa: cosa vedi tu che io non vedo? Servono a farti vedere meglio, non a votare al posto tuo.

Oggi in quel supermercato ci vado con una regola in tasca: prendo il pane che mi è piaciuto l'ultima volta, e se voglio provarne uno nuovo ne provo uno solo. Trenta secondi invece di dieci minuti. Vale per il pane e vale, con qualche zero in più, per tutto il resto.

Una data, stasera. Anche vicina. Soprattutto vicina.