La risposta breve: se vuoi lasciare il lavoro ma hai paura, quasi mai il problema sono i dati. Al volante c'è la paura, e la paura prende il danno peggiore e te lo vende come certo. Prima di decidere fai due cose. Scrivi le paure una per una, in tre colonne, con accanto un numero da 1 a 10 su quanto è probabile che succedano davvero. Poi guarda che porta hai davanti: se si riapre, buona parte del terrore riguarda un'uscita rimasta aperta.
Quando ho lasciato otto anni di mondo scientifico per un magazzino Decathlon, la paura più grossa aveva una frase precisa. Stai buttando via il dottorato. Me la ripetevo la mattina presto, in macchina, andando a spingere carrelli con un dottorato in tasca.
Poi una sera l'ho scritta su un foglio. E accanto, quasi da sola, è comparsa anche la via di ritorno: il titolo restava mio, i laboratori pure, e rientrare si poteva. Non è servito rientrare. Ma quella riga ha cambiato il peso di tutto il resto.
Le paure scritte fanno meno rumore. Scritte si lasciano guardare.
Perché la paura di sbagliare arriva prima dei fatti?
Perché è più veloce. Quando una scelta resta aperta per mesi, di rado mancano le informazioni: la lettera di dimissioni sta nelle note del telefono da gennaio, la apri, cambi una parola, la richiudi. Non ti serve un altro dato. Ti serve smettere di trattare come certo quello che è solo possibile.
Due psicologi americani, Daniel Gilbert e Timothy Wilson, hanno passato anni a confrontare quanto la gente prevedeva di stare male dopo un evento brutto con quanto poi stava male davvero. Il risultato è sempre lo stesso: soffriamo meno del previsto, e per molto meno tempo. Sulle dimensioni dell'effetto gli studiosi discutono ancora, ma la direzione tiene. La paura non mente sul fatto che una cosa possa succedere. Bara sulla probabilità, e bara sulla durata del dolore.
Lasciare il lavoro per stress è un motivo valido?
È un motivo valido per aprire la questione. Non è ancora un motivo per firmare.
Chi scappa da qualcosa prende la prima uscita che vede, e la prima uscita somiglia spesso a quella da cui è appena uscito. Ho visto persone cambiare azienda tre volte e ritrovarsi ogni volta con la stessa giornata, lo stesso capo con un altro nome, la stessa domenica sera. Lo stress dice che qualcosa non regge. Non dice dove andare.
La differenza sta tutta in una domanda. Sto andando verso qualcosa, o sto solo togliendo il piede dal fuoco? Se la risposta è la seconda, la mossa giusta non è dare le dimissioni. È recuperare abbastanza da poter decidere da lucido, perché in riserva si decide male e da dentro non te ne accorgi.
LO STRUMENTO: la mappa delle paure
Prendi un foglio e fai tre colonne. Nella prima scrivi cosa temi, di preciso: non l'ansia generica, ma la frase esatta che ti passa per la testa. Nella seconda, cosa puoi fare da subito perché diventi meno probabile. Nella terza, come torni in piedi se succede lo stesso.
Poi la parte che quasi tutti saltano. Accanto a ogni paura metti un numero da 1 a 10: quanto è probabile che succeda davvero. Non quanto ti spaventa, quanto è probabile. È lì che il mostro si sgonfia, perché le paure che ti tengono sveglio quasi mai stanno sopra il tre.
LA PAURA NON MENTE SUL DANNO. BARA SULLA PROBABILITÀ.
La terza colonna è quella che lavora di più, perché quasi ogni danno ha una via di ritorno. E sull'altra faccia del foglio fai il conto opposto: quanto ti costa restare fermo, anche in euro, fra sei mesi e fra tre anni. Siamo bravissimi a immaginare cosa va storto se ci muoviamo, e ciechi sul prezzo del non muoverci.
La versione da cinque minuti. Una paura sola, la più grossa, e tre righe: cosa temo, come lo prevengo, come rimedio. Più il numero da 1 a 10. Se il numero è basso e la terza riga si scrive senza fatica, non stai guardando un muro. Stai guardando una porta.
Questa porta si riapre?
È la domanda che cambia il ritmo di tutto. Le decisioni si dividono in due famiglie: quelle a porta girevole, dove entri, non ti piace ed esci, e quelle a porta blindata, dove tornare indietro costa carissimo o non si può.
L'errore classico è invertirle. Mesi di analisi per una porta che gira, due giorni di pancia per una che si chiude. Se la tua porta gira, ti basta il settanta per cento delle informazioni e una data. Se è blindata, rallenta e riempi bene la colonna dei fatti. L'ho scritto per esteso nell'articolo sulle porte girevoli e le porte blindate.
Quasi tutte le ultime occasioni, guardate da vicino, sono porte girevoli travestite.
Domande frequenti
Voglio lasciare il lavoro ma ho paura: è normale?
Sì, ed è anche utile. La paura ti sta segnalando che la posta in gioco è alta, e su questo ha ragione. Sbaglia sulle probabilità: prende il danno peggiore e te lo vende come certo e definitivo. Il modo di usarla bene è scriverla, una paura per riga, invece di lasciarla girare in testa alle due di notte.
Come faccio a capire se è paura di sbagliare o un segnale vero?
Con il tempo. Il dubbio che sparisce dopo tre notti era una giornata storta. Il dubbio che dopo tre notti è ancora lì, uguale, è un segnale. È il test delle 72 ore, ed è la prima cosa che chiedo a chi arriva con la valigia già mezza fatta.
Posso lasciare il lavoro solo per stress?
Lo stress è un motivo legittimo per aprire la questione, non per firmare. Chi scappa da qualcosa sceglie la prima uscita, e la prima uscita spesso somiglia molto a quella da cui è appena uscito. Prima si mette a fuoco la direzione, cioè verso cosa vai, poi si decide.
Cosa succede se sbaglio e voglio tornare indietro?
Dipende dalla porta. Molte scelte che sembrano definitive sono porte girevoli travestite da ultima occasione: si può rientrare, a un prezzo che vale la pena scrivere nero su bianco. Quando ho lasciato il mondo scientifico, il titolo restava mio e rientrare si poteva. Non è servito, ma saperlo mi ha tolto metà del peso.
Quel foglio con la frase sul dottorato ce l'ho ancora in testa, riga per riga. La paura più grossa della mia vita professionale stava in sette parole, aveva una probabilità bassa e una via di ritorno che non ho mai usato. Non l'ho battuta con il coraggio. L'ho battuta scrivendola.
Tre colonne, stasera. Il resto viene dopo.